Fuorigioco: 6 considerazioni sul campionato appena finito

FUORIGIOCO juventus

Per l’ultima giornata abbiamo scelto sei situazioni particolarmente significative dell’anno appena passato (esclusa la Juventus, di cui abbiamo parlato qui). Quasi due di queste derivano dall’ultima giornata, però. La prima ci porta a Francesco Totti e al suo addio straziante. Un pugno allo stomaco vederlo all’Olimpico per l’ultima volta, con i piedi sempre lontani dallo spogliatoio e la voglia di restare per sempre lì. La seconda è il Crotone di Nicola, ma di loro avremmo parlato volentieri anche nel caso in cui la favola non si fosse concretizzata.

A mano a mano

Diciamo che il nostro campionato non regala più emozioni e poi all’ultima giornata ci siamo messi tutti a piangere prima per Totti e poi per Davide Nicola. Sull’allenatore del Crotone si potrebbe scrivere un libro e per un attimo sarebbe bello avere anche solo Rino Gaetano qui per comporre una canzone.

Per adesso ci teniamo “non c’erano soldi, ma tanta speranza” per la squadra che più di tutti ci ha fatti emozionare. Hanno fatto nove punti in un girone e sembravano spacciati. Nicola continuava a martellare e ripetere come un mantra che si stava migliorando, si stavano facendo dei passi avanti. Tutti a pigliarlo per scemo. Non la dirigenza, che ci ha creduto. Lui ha promesso un viaggio in bici Crotone-Torino in caso di salvezza e adesso si prepara per una bella pedalata.

E noi siamo contenti di vederlo pedalare, perché è un uomo e un professionista che si merita i riconoscimenti che gli si stanno tributando. Venti punti nelle ultime nove partite sono solo frutto del lavoro psicologico fatto su tutte le sconfitte (8 negli ultimi dieci minuti di partita) maturate fino ad aprile. Sono frutto del lavoro di un visionario che se non ha fatto un miracolo, poco ci manca.

Qui la splendida conferenza stampa prima della sfida contro la Lazio.

Non vincere, la vera vittoria di Totti

Forse non ci sarà una canzone pop su di lui, come per Baggio. Perché il Codino magico è stato un giocatore di tutti. Fiorentina, Juventus, Milan, Inter, persino Bologna e Brescia.

Totti no, Totti è stata una bandiera, un simbolo ostinato, un vanto di pochi. Di Totti e del suo essere romanista non si parla, perché noi non possiamo capire. Chi non è romanista, oggi, può ammirare, può commuoversi, può sospirare, ma capire no. Quindi non parlerò di Totti giallorosso, ma di un momento raro. Siamo agli ottavi di finale di un Mondiale che poi avremmo vinto, è l’ultimo minuto e Totti può spingerci ai quarti trasformando un rigore pesantissimo.

Il portiere è un gigante, la porta strettissima. E da quella porta passano i nostri sogni. Di quell’attimo conservo lo sguardo di Totti, la concentrazione di un Ninja, la voglia di uno che vuole raggiungere un traguardo collettivo. Ha ancora più valore quello sguardo così concentrato, perché la carriera di Totti è piena di momenti di allegria, di bullismo – anche sano, quello che ti porti dai campetti del Testaccio – di rabbia, di estro, di talento, di protagonismo (un fantastico protagonismo, cosa sarebbe stata la nostra gioventù senza il cucchiaio a Van der Sar?).

Quel Mondiale no. Forse non fosse stato per quel rigore, per quella botta forte all’incrocio, non ci ricorderemmo nemmeno della sua presenza in Germania. Quello fu il torneo in cui lui e Del Piero, protagonisti annunciati di altre edizioni, furono giocatori come altri. Due del gruppo. Un po’ uno, un po’ l’altro, un po’ nessuno dei due. Forse fu questo (oltre al legittimo merito di chi li allenò) il segreto dell’unico grande trofeo che Totti porta con sé dopo 25 anni di meravigliosa carriera.

Fosse stato più spesso uno dei tanti, avrebbe vinto di più. Ma certamente noi ci saremmo divertiti meno, e oggi staremmo celebrando qualcosa di diverso. Per cui viva Totti così com’è, senza ma e senza se. Viva Totti per quello che ci ha dato e soprattutto per quello che non ci ha dato perché ha scelto di dedicarlo soltanto ai suoi tifosi: i romanisti. E davanti agli atti d’amore si resta, affascinati, a guardare.

Nove vero

La stagione di Dries Mertens è la dimostrazione che non per forza dovete tenervi le etichette che vi affibbiano per tutta la vita. Prima di quest’anno era il giocatore degli ultimi trenta minuti. Quello discontinuo di cui non potersi del tutto fidare, soprattutto se lo mandi in campo dall’inizio. Poi qualcosa ha spostato l’asse degli equilibri e Sarri, in emergenza, ha deciso di trasformare la carriera dell’olandese dopo aver perso psicologicamente Gabbiadini e Milik per infortunio.

Mertens ci ha messo poco a passare dalla fase “falso nove” alla fase “nove”, perché del centravanti vero ha oramai tutto. Segna gol belli e brutti, è contemporaneamente opportunista e fantasista. Si muove quasi sempre allo stesso modo, senza che mai riescano a fermarlo.

Complimenti a lui, che ha dimostrato che non è mai troppo tardi per togliersi un’etichetta di dosso. E complimenti a Sarri, che ha avuto l’intuizione tattica migliore del campionato (e senza Higuain, ha fatto 94 gol). E un piccolo grazie da parte di Mertens anche alla fortuna, che – aldilà della bravura – quest’anno non l’ha abbandonato mai.

Qui una delle reti più belle dell’anno.

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Dea atipica

Della favola dell’Atalanta abbiamo detto tanto. Se l’Europa era imprevedibile ai nastri di partenza, era addirittura l’ultima cosa a cui avremmo potuto pensare dopo il primo mese di campionato.

Lì avremmo immaginato una clamorosa retrocessione per l’Atalanta e invece Gasperini ha avuto la bravura di tenere tutti sul pezzo e tirare la stagione perfetta da tutti i giocatori. L’epilogo lo sapete e non è il caso di soffermarcisi troppo. Ciò che vorremmo analizzare è la stranezza di una squadra che intende il calcio in un modo davvero tutto suo.

Un esempio? È l’unica squadra tra le prime dieci ad avere una seconda punta più prolifica del centravanti (Gomez ha fatto 16 gol, Petagna 5). L’attaccante è di fatto un regista avanzato che apre gli spazi con il fisico possente e serve i compagni di reparto. Tutti sono coinvolti alla doppia fase (vedi i 7 gol di Caldara e gli 8 di Conti) e la dimostrazione di solidità della squadra deriva dalle sole due sconfitte nel girone di ritorno.

La possibile partenza del Papu potrebbe modificare qualche gerarchia in una squadra che dovrà comunque farsi più competitiva per onorare davvero l’Europa.

Rimpiangeranno Luciano

Se i tifosi della Roma hanno riservato un tributo commovente nei confronti di Francesco Totti, diversamente si può dire del trattamento riservato a Luciano Spalletti. Va bene l’amore per il capitano, ma spesso si dimentica che Spalletti ha allenato la Roma e non soltanto Totti. Che gli allenatori sono quelli con la sedia sempre bollente, pronta a saltare.

E basta poco per farla saltare. È il motivo per cui Spalletti ha sempre anteposto la Roma a Totti, rispettando Totti dal momento in cui l’ha considerato uno come gli altri che doveva sudarsi il posto. Quest’anno Totti non era più in grado di sostenere i ritmi della Roma e la risposta sta tutta negli 87 punti che Spalletti si porta a casa da questa esperienza. Con 87 punti vinci i campionati di solito, ma una grande Juve ha fatto addirittura meglio; di certo non ci si può non complimentare con Spalletti per lo straordinario lavoro fatto sul campo. Andrà via e la Roma ha perso un’occasione per continuare un progetto avviato con intelligenza e che adesso dovrà rifondarsi.

Probabilmente andrà all’Inter, accettando una sfida di quelle clamorose in un posto che non conosce la parola programmazione da un pezzo. Spalletti passa da Roma a Milano e si va a prendere un’altra sfida pesante dal punto di vista psicologico. Chissà, magari riesce a fare ciò che ha fatto a Roma. Gli interisti gradirebbero.

Non c’è cosa peggiore del talento sprecato

Quando sei un predestinato e diventi un fenomeno molto presto, il rischio è di essere risucchiati nel vortice. L’augurio che ci facciamo salutando questa stagione è che Gigio Donnarumma apra gli occhi e non si faccia risucchiare.

Ha come procuratore un diavolo come Raiola, che per far circolare il triplo della moneta farebbe di tutto. Il problema è che questa non è una questione di soldi, ma di futuro, di aspirazioni personali. Di carriera. Il prospetto Donnarumma è senza dubbio interessante, ma non sarebbe un’eresia se prendesse solo 4 milioni l’anno al posto di 10. Rifiutare significa farsi un anno di panchina al Milan (prima di essere liberato a zero) e rischiare di vedere compromesso il suo futuro.

Il Milan ha ragione a tutelarsi e mettere alle strette tutti, a patto di rinunciare a una futura plusvalenza (Donnarumma puoi venderlo per cascate di soldi) pur di conservare una mentalità sana. Donnarumma guardi le persone che lo circondano e si faccia consigliare bene. 4 milioni non sono pochi e perdere un anno sarebbe davvero troppo.

Cristiano Carriero

Cristiano Carriero, Storyteller e giornalista sportivo. Sempre in linea con il penultimo, come stile di vita. Nel tempo libero (e quando non ci sono partite) scrive libri di marketing per HOEPLI. Autore di "Facebook Marketing" e "Content Marketing" e "Facebook marketing for Dummies"

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