Equitalia, tra ricerca di efficienza e nodi irrisolti

Equitalia

Entra per sbaglio in una ZTL. Se ne accorge subito. Fa retromarcia, ma ormai il danno è fatto. Passano anni, ma la multa non arriva mai. Il nostro automobilista pensa di averla scampata… e invece l’amara sorpresa è dietro l’angolo. Ecco arrivare una cartella che, tra mora e diritti di riscossione, vale il doppio della multa originaria.

A un altro va peggio. Viene fermato dai vigili che gli contestano un contromano. Gli dicono: “La multa le arriverà a casa” e lo lasciano andare. Poi niente, per anni. Fino all’amara sorpresa: anche se stavolta gli viene chiesta una cifra esorbitante, cinque volte superiore alla multa.

Queste sono solo due delle molte segnalazioni che i nostri lettori ci hanno fatto negli ultimi mesi. E ogni volta di mezzo c’è lo zampino di Equitalia.

Una società pubblica, controllata per il 51% dall’Agenzia delle Entrate e per il restante 49% dall’Inps, che gestisce la riscossione dei crediti. Nata nel 2005 con un altro nome si è creata una reputazione ambivalente.

C’è chi la reputa un ottimo rimedio alla cronica incapacità degli enti pubblici di farsi pagare multe e tributi. E chi invece non tollera i suoi metodi spicci. È un po’ lo sceriffo di un film western, Equitalia. Tendiamo a sopportarlo fino a quando non scopriamo di aver attirato le sue attenzioni.

Fino al 2006 la riscossione dei crediti spettava a una giungla di privati che agivano su base locale e senza coordinamento. Risultato: 500 milioni di euro l’anno di costi aggiuntivi per la collettività. Da qui la decisione di creare un ente unico, con filiali in tutte le Regioni, e accentrare il recupero dei tributi. Il tutto senza spendere un euro pubblico, visto che Equitalia si sarebbe finanziata con l’aggio, pari al 9% di quanto riscosso.

E così è stato, anche non sempre è andato tutto per il verso giusto. Ne sono prova le “cartelle pazze” recapitate a decine di italiani incolpevoli, le notifiche spedite a indirizzi sbagliati o quell’eccessiva solerzia, mista a un certo senso di impunità, che ha finito per far infuriare molte persone.

Il modus operandi di Equitalia è finito spesso sotto tiro. Da un lato, la lentezza endemica tipica di tutti i pachidermi statali o parastatali che, come abbiamo visto, ha finito con il far lievitare interessi e sanzione finale. Dall’altro, la pioggia di fermi amministrativi e pignoramenti “facili”, o i campi minati che deve attraversare chi decide per il ricorso.

Già, il ricorso. Tutto molto facile, pare. Ricevuta una cartella che non si ritiene di dover pagare, il contribuente (entro un periodo che va dai 60 ai 90 giorni) può recarsi presso l’ente creditore e, fornite le giuste prove, ottenere un provvedimento che annulla il pagamento.

Ma la burocrazia è lenta, e non è facile muoversi nei suoi meandri. Tantomeno se nel frattempo ci hanno messo le “ganasce fiscali” all’automobile o minacciano di chiuderci il conto corrente. Teoricamente si potrebbe accelerare rivolgendosi all’autorità giudiziaria competente, ma il più delle volte i tempi restano biblici. Inoltre, se presenta ricorso al giudice, il contribuente deve comunque pagare subito un terzo dell’importo chiesto. Poi si vedrà chi ha ragione.

I centralini delle associazioni di consumatori sono roventi, mentre negli ultimi tempi si è assistito a un vero e proprio boom di siti e portali che promettono aiuto e consulenza sulle procedure di ricorso e contestazione. Sulla loro effettiva capacità di essere d’aiuto, Web e forum sono pieni di opinioni contrastanti: molti affermano di essere soddisfatti del servizio ricevuto, altri invece ne sono usciti con le ossa ancora più rotte di prima, se così si può dire. Anche per questo motivo, vi invitiamo a continuare a scriverci, raccontandoci la vostra esperienza in merito.

Tornando a Equitalia, non mancano situazioni al limite dell’assurdo. Come il recente accordo tra Equitalia e le aziende sanitarie del Friuli occidentale, che permetterà di chiedere la restituzione dei crediti anche a minorenni (tramite i genitori), pazienti deceduti, anziani assistiti dalle Rsa, utenti ricoverati nei reparti di salute mentale.  Insomma, bene le regole e l’efficienza, specie in un Paese che spesso premia i furbi e gli sprechi facili. Bene anche il restituire alla collettività soldi che le appartengono. Ma ogni caso andrebbe valutato con attenzione, perché è molto facile confondere la riscossione dei crediti con l’accanirsi sulle fasce sociali più deboli.

Equitalia agisce in proroga a un mandato scaduto nel 2011, ma già dal gennaio 2013 i Comuni potranno organizzarsi altrimenti per la riscossione dei crediti. Nel frattempo, lo sforzo è grande per mantenere inalterata l’efficienza, pur eliminando i difetti fin qui evidenziati. Alcune città già si rivolgono a società più snelle, meno aggressive, e i risultati paiono confortanti, anche se il rischio di tornare alla situazione di sei anni fa è dietro l’angolo.

Altre hanno scelto il fai da te: è il caso di Milano, che già dallo scorso settembre si occupa in proprio della riscossione della Tarsu, la tassa sull’immondizia. Ma Milano, parallelamente, ha dato mandato alla stessa Equitalia di riscuotere circa 370 mila multe risalenti al periodo 2009-2010. Sanzioni mai pagate per 97 milioni di euro.

Intanto, per la gioia dello Stato e non certo dei contribuenti, il Governo sta pensando di reintrodurre l’IVA del 21% sulla riscossione delle imposte. Secondo i primi calcoli delle associazioni di categoria, questa nuova gabella dovrebbe produrre costi aggiuntivi per 100 milioni di euro: non proprio un toccasana per i già difficili rapporti tra Equitalia e gli italiani.

Piero Babudro

Giornalista pubblicista, consulente, social media strategist, community manager, docente. Scrive di nuove tecnologie e comunicazione di massa, studiando da vicino i cambiamenti sociali e di consumo introdotti dai media interattivi.

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