Mobbing sul lavoro: cos’è, come difendersi e come ottenere un risarcimento

Dal mobbing sul lavoro allo straining, passando per il bossing e per il mobbing famigliare. Come difendersi e salvare se stessi.

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Mi stanno facendo mobbing“, “Ho subito mobbing“, “Ma questo è mobbing!

Sono solo alcune delle frasi che si sentono pronunciare nel mondo del lavoro quando ci si trova in un ambiente ostile, in cui i colleghi tendono a trattarsi male tra di loro o il capo non rispetta i propri dipendenti. Ma questo non è del tutto vero: il mobbing, dall’inglese “to mob” – aggredire, assalire –  è qualcosa di molto più complesso, un vero e proprio fenomeno che, per essere definito tale, deve rispecchiare determinate caratteristiche e soprattutto svilupparsi in un arco di tempo ben definito.

Qual è la definizione di Mobbing?

Volendo comunque dare una definizione generica, con mobbing si intende una serie di atti vessatori che vengono perpetrati da superiori a danno dei suoi subalterni (mobbing verticale o bossing) o tra i colleghi stessi (mobbing orizzontale) con l’obiettivo di perseguitare un lavoratore per emarginarlo e magari spingerlo alla dimissioni, facendogli prima perdere la fiducia in se stesso.

Perché si possa parlare di mobbing, secondo gli studiosi, una situazione del genere deve protrarsi per almeno 6 mesi.

Mobbing sul luogo di lavoro: le caratteristiche

Il mobber, ossia chi fa mobbing, può comportarsi in modo mobbizzante nei confronti di una persona con cui ha avuto dei gravi conflitti, con qualcuno per cui prova invidia perché è molto bravo nel suo lavoro o perché ha fatto carriera “rubando” il posto a qualcun altro. Un processo che si attua cercando di isolare la persona e di farle terra bruciata intorno e, stando a quanto definito dallo psicologo del lavoro Harald Ege, attraverso queste “condotte mobbizzanti”:

  • Attacchi ai contatti umani ossia limitando la possibilità di esprimersi della persona, interrompendola continuamente, guardandola negativamente, criticandola per ogni motivi. Il tutto con l’obiettivo di ledere la sua dignità;
  • Isolamento sistematico che va a colpire uno dei bisogni dell’uomo: quello di socializzare e  di avere un ruolo all’interno della società. Questo può avvenire con un trasferimento in un luogo isolato, ignorandola o addirittura facendo divieto di parlarle o stare con lei in momenti come pausa pranzo, caffè, ecc;
  • Cambiamenti delle mansioni: quando un superiore revoca alla persona in questione le sua mansioni, le assegna lavori senza senso, o nocivi o al di sotto delle capacità della persona o cambia di continuo incarichi e richieste. Esempio: chiede una relazione e poi dice che è inutile oppure fa organizzare delle riunioni che vengono prontamente disattese;
  • Attacchi contro la reputazione che prevedono la messa in giro di voci false, pettegolezzi, valutazione sbagliata di quello che sa davvero fare;
  • Violenza o minacce di violenza fisica, verbale, sessuale.

Va da sé che tutti questi atteggiamenti provocano insicurezza nella persona, aumentano la sfiducia in se stessa e a tutto questo sono connesse situazioni ansiose, l’insorgere della depressione, di attacchi di panico ecc…

Come dimostrare il mobbing sul lavoro

Detto questo, dimostrare di essere vittima di mobbing è tutt’altro che facile. A non aiutare il milione e mezzo di Italiani che ne sono vittime ogni anno, c’è il fatto che una legge non esiste e che per ottenere un qualche risarcimento danni bisogna far ricorso a quello che è “l’orientamento giurisprudenziale”, ossia a come si comporta la Legge in situazioni di un certo tipo. È dunque fondamentale poter dimostrare questi quattro elementi:

  • avere subito violenze (fisiche o psichiche);
  • Il danno alla sfera patrimoniale o all’integrità psicofisica del lavoratore;
  • Il nesso di causalità tra le violenze subite e il danno conseguenza;
  • L’intento persecutorio del datore di lavoro (quest’ultimo elemento viene definito probatio diabolica, ossia una prova difficilissima da dare).

Mobbing sul lavoro: cosa fare

Dimostra di avere sostenuto delle spese e di stare male davvero

Se quindi sei vittima di mobbing e questo sta generando in te dei danni dal punto di vista fisico e psichico affinché tu possa il risarcimento dei danni di natura patrimoniale (quindi compensi in denaro), devi dimostrare di avere sostenuto delle spese per curarti e che ti sia rivolto a un medico affinché accertasse la tua patologia.

Devi dunque documentare e cercare di provare che a causare il tuo stato psico-fisico sia stato l’ambiente di lavoro e determinati atteggiamenti che hai subito. Se per esempio, prendi dei giorni di malattia, fa sì che nella diagnosi sia chiaramente espressa la causa per cui stai a casa e se stai seguendo un percorso psicoterapeutico e sostenendo delle spese ingenti, fa’ in modo che tutto possa essere documentato.

Trova dei testimoni

È importante potere trovare anche dei testimoni tra i colleghi di lavoro. sebbene sia molto difficile, visto che difficilmente si metteranno contro un datore di lavoro o un altro collega. Il loro aiuto, però, potrebbe essere fondamentale.

Documenta qualsiasi cosa

Esempio: ti hanno demansionato o messo a lavorare in un posto isolato? Se questa richiesta ti è stata fatta per iscritto, conserva la documentazione. Se così non fosse, o anche se lo è, evidenzia la situazione chiedendone le motivazioni, inviando una mail (con in copia nascosta anche te stesso) e continua a farlo fino a che non ottieni risposta. Probabilmente non la otterrai mai, ma sarà tutto per iscritto. Non conservare solo le email, comunque, ma anche gli sms, i messaggi su Whatsapp, eventuali offese e calunnie anche sui social, lettere, insomma qualsiasi cosa che faccia capire che ci sia un intento di persecuzione.

Quanto alle registrazioni delle conversazioni come ulteriore prova, la Legge si è pronunciata a volte con parere contrario: ha considerato valida la registrazione di una conversazione con il capo per esercitare la propria difesa personale mentre nel caso di registrazioni di conversazioni tra colleghi è previsto anche il licenziamento disciplinare o giusta causa.

Come difendersi dal mobbing sul luogo di lavoroCome difendersi dal mobbing sul luogo di lavoro http://bit.ly/2bPXuIX via @6sicuro

Mobbing sul lavoro: come difendersi

E come difendersi? Le azioni che abbiamo descritto sopra sono sicuramente un modo per difendersi, ma non bastano. Se si è vittime di mobbing, per tutelare se stessi in una situazione del genere si possono fare varie cose.

Intanto, cercare di recuperare fiducia in se stessi: rivolgersi quindi a uno psicologo, ma anche e soprattutto cercare il sostegno di amici e della propria famiglia, compreso anche il proprio partner. Spesso si parla di doppio mobbing che, come definito da Ege, avviene quando il lavoratore, maltrattato e vessato al lavoro non riesce a trovare conforto nella propria famiglia e scarica su di essa, sui figli, sul marito o moglie, le proprie ansie e frustrazioni e invece che ricevere conforto e sollievo, questo va a rompere i delicati equilibri del nucleo familiare. In pratica, il lavoratore non trova pace né al lavoro né a casa.

È quindi fondamentale essere aperti, chiari e sapere chiedere aiuto. Contemporaneamente, bisogna informarsi per capire cosa ci sta succedendo e come possiamo reagire. E trovare degli alleati e rivolgersi anche a sportelli che difendono i lavori mobbizzati o a Centri Anti mobbing.

Se poi la situazione dovesse essere particolarmente critica, si può anche pensare di cambiare lavoro o, se la cosa è particolarmente difficile, di prendersi un periodo di riposo o anche di aspettativa. Qualora fosse possibile, si può anche chiedere il trasferimento. Ottenerlo potrebbe voler dire risolvere i problemi alla radice visto che appunto a fare il mobbing sono le persone e non il posto.

Mobbing sul lavoro: perché è importante la denuncia

Denunciare la situazione in cui ci si trova è un’arma molto potente ma anche difficile da usare. La denuncia non vuol dire per forza rivolgersi a un avvocato ma anche dichiarare davanti ai propri colleghi cosa si sta subendo. O dirlo durante una riunione o, se si tratta di mobbing tra colleghi, farlo presente al proprio responsabile.

O, ancora, in forma anonima, raccontare la propria storia ai giornali, a siti di informazione o a TV cercando di non farsi riconoscere, almeno non in questa fase. Questo è molto importante perché vuol dire “fare uscire da se stessi” l’inferno che si sta vivendo, prenderne consapevolezza e abbandonare quella sensazione di vergogna, di sentirsi inadatti e falliti che tutti i lavori mobbizzati provano. Inoltre, potresti vedere che non sei l’unico a subire mobbing dal capo o da quel determinato collega e – lo sappiamo – l’unione fa la forza.

Last but not least, per far valere i propri diritti è possibile rivolgersi, oltre che ai centri appositi, a un avvocato.

Mobbing sul lavoro: i sintomi

I sintomi del mobbing, dal punto di vista fisico, sono le somatizzazioni degli stati di ansia e dello stato depressivo in cui si è caduti.  Ci possono essere, pertanto, problemi di stomaco, gastriti, coliti, ma anche di respirazione, senso di oppressione, dolori muscolari, debolezza alle gambe, tachicardia, palpitazioni e problemi alla pelle, oltre ad avere un calo delle difese immunitarie.

Straining: cos’è e in cosa si differenzia dal mobbing

Connesso al mobbing, di cui è praticamente una forma attenuata, sempre secondo lo psicologo del lavoro Ege, è lo straining che si diversifica dal mobbing perché per essere tale è necessaria una sola azione vessatoria e non una continuità di azioni vessatorie, purché appunto sia duratura nel tempo.

Straining può essere per esempio l’isolamento fisico e relazionale di una persona, come per esempio il collocarla in una stanza buia, in un sottoscala o trasferirla in una sede irraggiungibile o non darle gli strumenti necessari per svolgere il proprio lavoro. Un esempio? Un computer portatile quando è una persona che viaggia spesso e lasciarle solo il fisso e tanto altro ancora.

Lo scopo da parte dello strainer è, come per il mobbing, di emarginare la persona, ledere la sua dignità. Così come per il mobbing, è importante cercare di reagire, chiedere aiuto e documentare qualsiasi azione di straining.

Le sentenze di straining

Anche per lo straining, non esiste una vera e propria legge, ma alcune sentenze ne hanno riconosciuto l’esistenza. Come è avvenuto nel 2013, quando la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di un dipendente di banca, relegato a lavorare in uno sgabuzzino, spoglio e sporco, riconoscendo che al lavoratore era stata causata una grave lesione.

Nella giurisprudenza, comunque, il concetto di straining è stato introdotto nel 2005.

Il mobbing nella Pubblica Amministrazione

Neanche la Pubblica Amministrazione è indenne da mobbing, anzi, anche il datore di lavoro pubblico è tenuto ad adottare tutte le misure necessarie perché il suo lavoratore sia tutelato, oltre a essere responsabile anche per il comportamento illecito dei propri dipendenti. Dipendenti che, nonostante siano nella P.A. sono trattati alla stregua dei dipendenti privati.

Pertanto, in caso di mobbing che possa essere appunto provato, la responsabilità dello Stato o dell’ente pubblico concorre insieme a quella personale e diretta del dipendente che ha fatto mobbing, in quando direttamente responsabile, dal punto di vista penale, civile e amministrativo di atti che violano i diritti. E negare il diritto di espressione – come si fa nel mobbing – è uno di questi.

Le sentenze

Il 23 maggio 2011 un dirigente di un’amministrazione comunale è stato condannato a ripagare parzialmente la somma che l’ente locale aveva dovuto impegnare per risarcire un dipendente mobbizzato dal dirigente. Già la Corte di Cassazione aveva stabilito, con una sentenza del settembre 2008, che la condotta persecutoria deve manifestarsi nell’arco temporale di almeno un semestre. Nel caso specifico il dirigente è stato punito per il suo comportamento che aveva impedito la promozione dell’impiegato.

Mobbing militare

Dal mobbing non è immune neanche il mondo militare contrassegnato da disciplina, gerarchia, subordinazione, adempimento. Va da sé che in un contesto simile è difficile dimostrare accuratamente che si parli di mobbing e non di qualcosa che è tipico del mondo militare, basti pensare alle punizioni, ai turni massacranti e ad altro ancora.

Comunque sia, se ti trovi in una situazione del genere, vale tutto quello che abbiamo detto nel caso di mobbing sul luogo di lavoro.
Il mobbing militare viene anche definito military bossing.

Cos’è il bossing

Un aspetto molto importante del mobbing è appunto il bossing, ossia quando a fare mobbing è il proprio capo e quindi si ha a che fare con un mobbing di tipo verticale.

Come difendersi? In questo caso, l’obiettivo non è solo annientarti a livello psicologico, ma “eliminarti” lavorativamente parlando. Probabilmente, per motivi economici o anche perché in azienda si vuole solo un certo tipo di persone, rientri in una sorta di black list non ufficiale di persone da allontanare e per fare ciò appunto sarai messo in una stanza isolata, ti verranno dati incarichi particolarmente pesanti o inutili, verrai screditato di continuo e continuamente redarguito, anche davanti agli altri.

E la cosa peggiore è che, quando avviene tutto questo, può essere anche difficile avere un colloquio con le risorse umane o figure dirigenziali per spiegare la situazione in cui ci si trova e chiedere aiuto. Con esattezza, si parla di bossing quando:

  • si ricevono minacce;
  • rimproveri immotivati;
  • sabotaggi;
  • quando si viene tagliati fuori da tutto, riunioni, comunicazioni importanti ecc…;
  • quando all’improvviso il capo interrompe ogni tipo di rapporto;
  • quando si viene emarginati da tutte le informazione sull’azienda.
Bossing: quando a fare mobbing è il capoBossing: quando a fare mobbing è il capo http://bit.ly/2bPXuIX via @6sicuro

Cosa fare e come difendersi in caso di bossing

Vale quanto detto sopra: cercare appoggio esterno, rivolgersi a persone competenti e soprattutto, visto che appunto in questo caso è il datore di lavoro, chi, cioè, dovrebbe garantire per la sicurezza e la salute del dipendente sul luogo di lavoro, raccogliere più prove possibili e in tutti i modi possibili.

Bossing: cosa può fare la legge

Visto che il mobber è il datore di lavoro, dal punto di vista legislativo si fa riferimento all’art. 2087 c.c., art. 2049 c.c. e artt. 2, 41 (II co) e 32 Cost., per violazione degli obblighi appunto del datore di lavoro oltre che per violazione delle clausole generali di buona fede e correttezza di cui agli artt. 1175 e 1375 c.c. Inoltre, il datore di lavoro ha una responsabilità extracontrattuale in quanto lede la famiglia del lavoratore provocando danni morali oltre che patrimoniali.

Il mobbing familiare

Finora abbiamo parlato di mobbing solo nei luoghi di lavoro eppure, a dispetto di quanto si creda, anche la famiglia è un ambiente fertile per vessazione di tale tipo, d’altra parte è la prima società naturale in cui l’essere umano si esprime.

Esistono due tipi di mobbing familiaremobbing coniugale e mobbing familiare in senso stretto. Il primo consiste negli attacchi continui e voluti nei confronti del proprio partner per metterne in discussione il ruolo in seno alla famiglia o obbligarlo a fare delle scelte che diversamente non farebbe. Per sapere se sei vittima di mobbing coniugale i sintomi sono:

  • giudizi offensivi e atteggiamenti irriguardosi nei confronti del proprio coniuge;
  • atteggiamenti di disistima e di critica aperti e teatrali;
  • provocazioni continue e sistematiche;
  • rifiuto di collaborare alla realizzazione della famiglia nei valori che si sono concordati;
  • tentativi di sminuire il ruolo in famiglia;
  • pressioni per lasciare la casa coniugale;
  • continue imposizioni della propria volontà in relazione;
  • azioni volte a sottrarre beni comuni alla coppia;
  • mancato supporto alla vittima nel rapporto con gli altri familiari;
  • coinvolgimento continuo di altri nelle liti familiari.

Il mobbing familiare è sempre all’interno della coppia, ma avviene in seguito a una separazione o un divorzio. I sintomi sono:

  • sabotaggi delle frequentazioni con il figlio;
  • emarginazione dai processi decisionali tipici dei genitori;
  • minacce;
  • denigrazione e delegittimazione familiare e sociale;
  • volontà di sminuire il ruolo genitoriale agli occhi del figlio.

L’obiettivo, in entrambi i casi, è distruggere personalmente il proprio coniuge, indurlo alla depressione e di conseguenza anche all’abbandono dell’abitazione. Per fare questo non è escluso che si faccia anche violenza sulla persona.
A volte il mobber può essere anche la suocera o un parente stretto.

Come difendersi

Se ti trovi in questa situazione, è importante che tu raccolga più prove possibili ed esca allo scoperto denunciando i singoli reati che sono punibili per legge. Più sentenze hanno condannato, infatti, il coniuge che faceva mobbing a pagare l’intero addebito della separazione. Inoltre, è dimostrato che il mobbing familiare ha una ripercussione anche sui figli, cosa di cui i giudici spesso tengono conto.

Anche in questo caso, se ci si rende conto di essere vittime di mobbing familiare, bisogna uscire allo scoperto e denunciare i singoli reati, che sono punibili per legge.

Il mobbing familiare è entrato a far parte della Giurisprudenza quando la Corte d’Appello di Torino del 21 febbraio 2000 ne ha riconosciuto l’esistenza anche in famiglia.

Il mobbing nei film

Al mobbing è stato dedicato un film dal titolo “Mi piace lavorare”, uscito nel 2003 per la regia di Cristina Comencini e con Nicoletta Braschi come protagonista e di recente a La Spezia è stato girato un corto dal titolo “Dietro lo specchio”.

E tu hai subito fenomeni di mobbing? Hai altri dubbi? Scrivici tra i commenti.

Cristina Maccarrone

Giornalista e content manager, con una passione per il mondo del lavoro e per l'economia. Leggo di tutto (dalle scritte sui muri ai commenti nelle discussioni social, dai libri agli e-book) e amo le riviste che spaccio poi ad amici e colleghi. Amo chiacchierare a voce e sui social, in particolare Twitter dove mi trovi come @cristinamacca.

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2 Commenti

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    Arturo agosto 28, 2016

    Io credo di esserne vittima ma, com’è scritto nell’articolo, è molto difficile provarlo.
    Recentemente mi è stata recapitato un richiamo con una raccomandata da parte della ditta dove lavoro, in seguito ad una discussione col direttore.
    L’ho contestata tramite l’aiuto del mio sindacato, ma all’incontro il direttore ha ricriminato una cosa che gli avrei detto. Alla mia contestazione del fatto e allo descrivere come sono andati realmente i fatti, lui ha smentito e ha dichiarato che ha i testimoni, che sarebbero poi persone a lui vicine, professionalmente parlando.
    Inoltre durante la sua esposizione dei fatti ha mostrato foto a conferma della sua versione che però ha fatto diversi minuti dopo rispetto all’ora in cui sono accaduti realmente i fatti.
    Ennesima cosa: durante la contestazione lui non era nemmeno presente ma eravamo presenti solo io, un membro dell’RSU ed il rappresentante sindacale, mentre dall’altro lato era presente solo il datore di lavoro. Il direttore è intervenuto solo successivamente perchè richiesto da noi.
    Durante la prima discussione in merito, il datore di lavoro (che si presenta in capannone solo 1 volta a settimana e per mediamente 5 minuti ogni volta) ha dichiarato che mi ha visto lavorare e che, riporto testualmente, “faccio venire il latte alle ginocchia”.
    Inutile dire che non c’è stato verso di riuscire a difendermi quindi ho lasciato perdere ed ho incassato il colpo. La contestazione s’è risolta con un semplice richiamo scritto, che però rimarrà sulla mia “fedina”, pronta ad essere usata come giusta causa di licenziamento, con l’aggiunta di altri 2 richiami, che in un ambiente simile non è difficile prendere.
    Poi ho letto articoli che dicevano che la corte di cassazione ha dichiarato legittimo e legale per il datore di lavoro rivolgersi ad investigatori privati che pedini il lavoratore che dichiara di avere diritto alla legge ex 104 o che si dà malato, mentre noi lavoratori non abbiamo armi di questo genere perchè si rischia la denuncia per violazione della privacy e il licenziamento per giusta causa se registri quei colleghi che sarebbero i fedelissimi del capo.

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  2. Avatar
    Cristina Maccarrone ottobre 08, 2016

    Ciao Arturo,
    la situazione è di certo molto delicata e appunto il mobbing è difficilmente dimostrabile, ma non impossibile.
    Intanto, per quanto riguarda il richiamo, immagino che con il suo avvocato abbia già avuto modo di rispondere. Sta elaborando insieme a lui una strategia?
    Cristina

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